Insieme contro i mutamenti climatici

07. gennaio 2021

Lombrichi, coltivatori superficiali e carbone vegetale – i contadini Gemma di AgroCO2ncept mostrano come si può proteggere il clima in campicoltura e nell’allevamento degli animali.

La protezione del clima in un’azienda agricola, spiega il biocampicoltore Toni Meier, è un po’ come regolare un orologio. «Vi sono ruote dentate grandi e piccole che per ottenere risultati sostanziali devono ingranare perfettamente.» Ogni azienda comunque è diversa, non esiste una regola generale. L’orologio di Toni Meier sembra funzionare bene, lo dimostrano le cifre: nel 2012 le emissioni di gas serra ammontavano a quasi 58 tonnellate. Tre anni dopo erano 14 e nel 2018 solo 11. «Entro il mio pensionamento vorrei annullare l’impatto climatico, mi rimangono quindi ancora cinque anni.» Toni Meier non è uno sconosciuto. Negli anni passati il contadino Gemma di Flaach nel Canton Zurigo è apparso a diverse riprese nei media come «contadino per il clima», anche all’estero. Il motivo è l’associazione AgroCO2ncept, fondata nel 2012 con altri dieci sostenitori. Nel frattempo sono 24 le aziende che partecipano nella regione. L’obiettivo dei contadini è la riduzione del 20 per cento delle emissioni dei gas serra anidride carbonica, metano e gas esilarante. Nel contempo vorrebbero ridurre i costi del 20 per cento e incrementare il valore aggiunto del 20 per cento. L’impresa è sostenuta finanziariamente e seguita dal punto di vista scientifico da diversi attori come la Confederazione, il Cantone, Agroscope ed esperti del centro Strickhof. Per il suo impegno AgroCO2ncept recentemente ha addirittura ottenuto il titolo di «ambasciatore per l’innovazione nello sviluppo rurale» dal progetto di ricerca Liaison sostenuto dall’UE. Una parte importante della riduzione dei gas serra, spiega Toni Meier, è stata raggiunta con una misura piuttosto semplice. «Invece di continuare come finora a essiccare l’erba tagliata dei prati con un impianto a nafta sono passato al sistema di essiccazione al suolo.» Accanto a queste misure individuali è però essenziale anche il lavoro di gruppo. Assieme a Hanspeter Breiter gestisce una comunità aziendale di circa 40 ettari di terreno, 30 dei quali coltivati a frumento, orzo, piselli, girasole e granoturco nonché prati artificiali con erba, trifoglio e erba medica; i rimanenti 10 ettari sono superfici di compensazione ecologica. Nessuno dei due alleva animali.

Affinché azoto e gas esilarante restino nel suolo

Per la protezione del clima è molto importante la gestione corretta del suolo che è considerato un eccellente serbatoio di carbonio a condizione che sia sano e ricco di humus. Ciò è importante anche per una buona crescita e lo dimostra il campo di rafano oleifero dietro alla casa di Toni Meier. A metà gennaio le piante vigorose sono in parte alte fino al ginocchio. «Un suolo stabile deve vivere», osserva Hanspeter Breiter. Non è pertanto una buona idea arare d’inverno, in tal modo infatti gli esseri viventi nel suolo come i lombrichi e i microorganismi sono catapultati in superficie dove sono esposti alle intemperie e al freddo. «Molti di loro muoiono. Inoltre l’azoto va perso senza essere sfruttato.» E si forma gas esilarante che è 300 volte più dannoso per il clima del CO2.
Il momento adatto per la lavorazione del suolo è un fatto. Un altro è il metodo. I due contadini a questo proposito puntano fra l’altro sulla pacciamatura e la semina diretta. «Da un lato utilizziamo spesso il coltivatore superficiale», spiega Toni Meier. Il suolo viene lavorato superficialmente in modo rispettoso del clima fino a una profondità massima di otto centimetri. Dall’altro lato viene utilizzato il cosiddetto SeedEye di Väderstad. Questo sistema supermoderno che conta i semi durante la semina permette di calcolare il giusto numero di semi per metro quadrato, spiega Hanspeter Breiter. «Quanto minore è la quantità di semente sprecata tanto meno ne deve essere prodotta e trasportata e ciò permette di ridurre il CO2.» Anche il consumo di diesel risulta inferiore perché è possibile lavorare i campi in modo più efficiente. I due biocontadini sostengono inoltre che per principio sarebbe utile mettersi insieme e condividere determinati lavori o esternalizzarli ad agroimprenditori. Hanspeter Breiter gestisce un’impresa di questo tipo. «È difficile che una persona sola possa permettersi macchine moderne, efficienti e a basso consumo», osserva. Si continua allora a lavorare con i vecchi motori a diesel che andrebbero invece dismessi.

Una tonnellata di carbone cattura 2,6 t di CO2

Un altro punto rilevante per il clima è la concimazione. Non allevando animali e visto che i concimi di sintesi prodotti con elevato consumo di energia comunque non sono un tema, l’accoppiata Gemma Meier-Breiter punta su diversi metodi. Uno di questi è la concimazione verde con trifoglio e erba medica con l’aggiunta di materiale sfalciato come trifoglio fresco o insilato oppure erba ecologica. «Il primo taglio», dice Toni Meier, «lo vendiamo come foraggio, il secondo e il terzo invece li spargiamo sui nostri campi.» Ciò è possibile anche in ottobre, gli organismi presenti nel suolo infatti necessitano di cibo anche durante l’inverno. Il campo di rafano dimostra l’ottimo funzionamento. «Il suolo è ricco di materiale organico ed è pronto a ospitare il girasole che pianteremo più tardi», dice Toni Meier. Anche il composto e il carbone vegetale che i due contadini producono in partenariato in un’azienda separata svolgono un ruolo importante. Il carbone vegetale, spiega Toni Meier, è come una spugna capace di assorbire sostanze nutritive, immagazzinare acqua e decontaminare il suolo. «Una tonnellata di carbone vegetale riesce però soprattutto a catturare e stoccare 2,6 tonnellate di CO2.»

Con vacche, stalla e fossa dei liquami

Anche i coniugi Manuela e Markus Ganz assieme a Lukas Schafroth fanno parte dell’associazione AgroCO2ncept. La comunità aziendale gestisce 33 ettari di terreno a Gräslikon ZH coltivati soprattutto a ortaggi a lunga conservazione e cereali. Inoltre i contadini Gemma possiedono dodici bovini da allevamento, due vacche nutrici e sei bovini Bio-Weidebeef – ciò che influisce negativamente sul bilancio climatico dell’azienda. Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di metano i tre stanno pertanto cercando altre soluzioni. Dallo scorso dicembre ogni tre o quattro giorni aggiungono carbone vegetale al foraggio, circa 40 grammi per animale, per migliorarne la salute e valorizzare meglio il foraggio grezzo. «Coloro che seguono già da tempo questa pratica ne sono pienamente convinti, è già quasi come una religione», osserva Markus Ganz. Un altro effetto è che il carbone vegetale, dopo aver attraversato il corpo della vacca ne esce già carico di sostanze nutritive. In combinazione con lo spargimento nella stalla e l’aggiunta diretta nella fossa dei liquami sperano di ottenere un eccellente concime aziendale. L’ammonio inoltre rimane legato e si verificano solo scarse perdite di nitrato.

Avanti tutta con l’energia solare

Di mangimi concentrati non se ne trovano in azienda. Gli animali di solito sono al pascolo, con il vantaggio che non rilasciano nello stesso posto feci e urina che quando si mescolano, come succede nella stalla, liberano fra l’altro gas nocivi per il clima. I bovini sono inoltre nutriti con foraggio grezzo e resti della raccolta. I capiazienda non acquistano altro foraggio. «Teniamo solo il numero di animali che la nostra azienda è in grado di nutrire», dice Manuela Ganz. I tre capiazienda sono lungimiranti anche per quanto riguarda il consumo energetico. Oltre ad un impianto fotovoltaico possiedono un’auto elettrica, un carrello elevatore elettrico e due estirpatori alimentati a energia solare. Manuela Ganz spiega che comunque avevano già realizzato diverse misure per la salvaguardia del clima ancora prima di aderire a AgroCO2ncept. È però peccato, aggiunge Lukas Schafroth, che lo Stato non sempre riconosca tali sforzi: «Beneficiano di un contributo finanziario soprattutto i miglioramenti, il fatto di ‹essere già bravo› invece non viene ricompensato.»

Testo e foto: René Schulte
L'articolo è publicato nella Rivista Bio Attualità, edizione 2/20, p. 6.